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Muretti a secco | I pareti della Murgia Barese

La recinzione di terreni agricoli, atta a delimitare il perimetro di proprietà dell'appezzamento, a contenere la terra ed evitare che le pioggie la portino via ed infine accantonare le pietre presente nella terra che possono creare problemi in fase di lavorazione e praparazione alla semina e raccolto dello stesso, è una caratteristica tipica della Puglia e del nostro contesto territoriale.

 

 
Ultimato l'accantonamento volumetrico delle pietre lungo il percorso di recinzione da da destinare a "parète", nel giorno concordato c'erano i due maestri paretari "i paretare" che iniziavano il lavoro, infatti dovevano essere almeno due, uno per ogni facciata del muretto, e dovevano essere accompagnati da qualche aiutante addetto alla scelta e al trasporto delle pietre.

La costruzione del parete procedeva per piccoli lotti estesi 20-30 metri ciascuno. Scelto il tratto da innalzare, si stendevano due cordellini, uno da un lato e uno dall'altro, lungo i margini esterni del muretto, detto a "scatène". Subito dopo si ponevano le prime pietre di fondazione, le quali costituivano l'"appedamento" cioè la base del parete.

Tali pietre, molto voluminose e appena appena lavorate sulla faccia esterna con rapidi colpi di martello, erano collocate a doppia fila alla distanza opportuna, in riferimento allo spessore della fondazione, che dipendeva dall'altezza stessa del muretto a secco. Così, se l'altezza "pulita" del "parete" doveva raggiungere i 150 centimetri, lo spessore dell'"appedamento" doveva essere almeno di 70-80 centimetri mentre la parte più elevata, in virtù dell'aggetto necessario, di 35 centimetri; se, invece, il "parete" doveva essere alto 300 centimetri, la base diventava di 130-140 centimetri e la sommità di 40 centimetri.

Fra le due file di pietre alla base del muretto, i "paretari" ponevano cumuli di pietrame minuto e medio-grosso (mazzacan), riempiendo gli interstizi delle pietre di fondazione e tutto lo spazio rimasto vuoto al centro della doppia cordata di base. Questo spazio, che costituisce la parte interna del "parete", è detto "a casce"(cassa), da colmare sempre fino all'apice. Terminata la costruzione dell'"appedamento", ovvero del muro di sottofondazione sotto il livello del suolo e pareggiati i due bordi del muro con una "spianata" di pietrame, i "paretari" si adoperavano ad innalzare il "parete" fino al livello del terreno. 
Successivamente si passava allo step di "azè u parète", cioè a costruire quella parte di muro a vista sopra il livello del suolo detto muro di sopraelevazione. Era questa la fase centrale e più faticosa di tutto il lavoro da compiere.
 
Si selezionavano e disponevano opportunamente centinaia e centinaia di pietre, che avessero almeno una faccia liscia a vista e la cui base di appoggio potesse combaciare con le pietre sottostanti. Ognuna di queste pietre veniva posizionata a cavallo delle due sottostanti, opportunamente  incuneate con frammenti sottili di pietre dette schegge. L'inclinazione a scarpa, da far assumere ai due lati murari, chiaramente visibile a "parete" terminato e proporzionale all'altezza dello stesso, era detta "accùmme", tipica di ogni costruzione a secco, trulli compresi.

Fonte  "Umanesimo della pietra - 19852 - Giovanni Liuzzi


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