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I sanatori in Europa ed in Italia

Il concetto di aiuto collettivo, sviluppatosi come estensione laica della “cristiana solidarietà”, nel corso della fine del XIX e della prima metà del XX secolo si trasformò ulteriormente, compiendo un salto di qualità sul piano organizzativo. Nel panorama europeo la Germania fu all’avanguardia perché, grazie alla legge di assicurazione sociale contro le malattie (1883), furono costruiti numerosi sanatori.
 
Da un punto di vista scientifico e organizzativo fu importantissimo il Congresso di Berlino del 1889 nel quale veniva affermato, nella risoluzione conclusiva, che “La TBC è una malattia popolare e la lotta contro di essa deve venire condotta con i mezzi di tutto il popolo”. Nei confronti della lotta alla tubercolosi, in generale, nell’ultimo ventennio del XIX secolo si affermò infatti il valore del concorso collettivo negli studi, corroborato dall’azione propulsiva delle associazioni scientifiche. Queste, riunendosi in congressi nazionali ed internazionali, svolsero una profonda funzione di stimolo e di indirizzo sui governi degli stati più moderni. Le eccezionali scoperte scientifiche in ambito microbiologico di quel periodo, grazie all’opera divulgativa, intrinseca al dibattito dei ricercatori e mediante l’ispirazione di leggi collegate a campagne d’opinione, guidarono importanti indirizzi di politica sanitaria. Questa sinergia d’azione alimentò la crescita sociale e sanitaria, ma gli scarsi presidii terapeutici a disposizione non potevano consentire un altrettanto efficace contrasto dell’epidemia tubercolare.
 
Grazie alla grande scoperta del Mycobacterium tuberculosis (1882), con la dimostrazione definitiva che la tubercolosi era una malattia contagiosa, si crearono le condizioni favorevoli che condussero al varo di legislazioni specifiche. Questa dimensione sociale e legislativa consentì il salto di qualità più importante per impostare, su altre basi, la lotta alla malattia. La Nazione all’avanguardia fu sempre la Germania (1883) seguita dalla Gran Bretagna (1890) e da alcune città dell’Impero Austro-Ungarico come Trieste (1887) e Merano (1889), ove vennero varati provvedimenti e normative che prevedevano iniziative atte a circoscrivere il contagio nella società.
 
I primi edifici presentavano in planimetria uno sviluppo simmetrico ortogonale rispetto a un corpo centrale dei servizi comuni, secondo uno schema a “C” tale da proteggere dai venti nocivi e con la parte per la degenza caratterizzata da lunghe verande rivolte verso il sole.
 
 

L’esperienza italiana


Nel Nuovo Regno d’Italia le prime colonie di bosco o montane furono istituite facendo tesoro delle pionieristiche esperienze varate a metà ‘800 nel Gran Ducato di Toscana. Si trattava di iniziative ispirate ad un misto di socialismo filantropico e spirito imprenditoriale finalizzate allo sfruttamento dell’ “industria del tubercoloso” che nella speranza dei promotori era destinata a essere “redditizia e permanente” perché, diversamente da quella turistica del sano, “non conosce fermi stagionali”.


Nel 1897 in Italia si adottarono le prime disposizioni per il raggruppamento dei tisici in reparti di isolamento, mentre sono del 1899 le normative per la lotta contro la tubercolosi negli ospedali, negli opifici ed in generale nei luoghi di lavoro a carattere industriale. Nel 1900 fu indetto dallo Stato italiano un concorso pubblico a premi per un progetto di sanatorio popolare. Nei primi tre Congressi Italiani contro la TBC si portarono in discussione tre argomenti di straordinaria importanza per l’epoca: l’utilizzo del dispensario come mezzo profilattico e come mezzo curativo, l’assicurazione obbligatoria dei lavoratori contro le malattie, la richiesta di un contributo legislativo e finanziario dello Stato.
Uno sprone importante nella strutturazione dell’organizzazione sanitaria e previdenziale contro la TBC fu l’aumento della mortalità durante e dopo la Grande Guerra. Il “mal sottile” acuiva la propria connotazione di malattia sociale attorno al quale fiorirono iniziative di contrasto su vasta scala, soprattutto con l’Opera Pia Sanatori Popolari in Lombardia.


Nel 1919 la Legge n.1382 decuplicava gli stanziamenti di bilancio, concedendo crediti e sussidi per la costruzione di dispensari e sanatori. Da questo momento la lotta contro la tbc in Italia cessò di essere una questione di beneficenza privata e si fondò su provvedimenti dello Stato. I Comuni potettero accendere mutui per realizzare opere per un totale di 45 mln di lire per provvedere alla realizzazione di nuove opere o all’adattamento di strutture preesistenti per gli ammalati di tbc, secondo un’articolata tipologia di strutture a fronte dei diversi stadi della malattia: dispensari urbani e rurali per “tubercolizzati”, sanatori di montagna per “tubercolotici”, sanatori di pianura per “tisici”, sanatori popolari secondo il “modello tedesco” e “dispensari profilattici” secondo il “modello francese” delineando così in una sorta di via italiana della lotta antitubercolare. Conformemente alle istruzioni ministeriali, gli istituti erano distinti in:


⦁ Sanatori propriamente detti o sanatori climatici
⦁ Ospedali sanatoriali
⦁ Reparti ospedalieri per tubercolotici
⦁ Infermerie per tubercolotici
⦁ Colonie post-sanatoriali lavorative o per “migliorati stabili”.


La costruzione della rete di edifici si doveva basare su un’unica tipologia consistente in un edificio a monoblocco a due o tre piani fuori terra, con schema a “T” con due bracci corrispondenti ai reparti di degenza maschile e femminile, simmetrici rispetto a una spina centrale di servizi comuni. Le camere erano comprese tra il corridoio di servizio a nord e un’unica veranda continua sul lato sud; le testate erano leggermente aggettanti in modo da proteggere il fronte dal vento.


Nel 1927 la Legge n. 1276 rese obbligatoria, in ogni provincia, la costituzione del Consorzio antitubercolare come ente di diritto pubblico destinato alla disciplina della lotta, alla tutela ed assistenza del malato, nonché alla profilassi dei sani nella rispettiva provincia attraverso la costituzione di Dispensari antitubercolari Provinciali nei capoluoghi di provincia e le Sezioni Dispensariali in alcuni grandi quartieri nelle grandi città e nei centri minori. Inoltre, a fronte degli oltre 60.000 morti per tbc annui, con il Decreto Legge del 17 ottobre 1927 n. 2055 si imponeva a tutti gli assicurati per invalidità e vecchiaia, un contributo per organizzare ed eseguire l’assistenza, nel caso che essi o persone di famiglia si fossero ammalati di TBC. Si calcolò che, grazie a questi provvedimenti, quasi la metà della popolazione italiana sia stata coinvolta nei benefici assicurativi.


La lotta antitubercolare in regime assicurativo diventa così statale, sociale e sanatoriale, in quanto la tbc si curava solo con la terapia sanatoriale e per il tramite del sanatorio, inteso sia come compendio di regole igieniche, consulto medico e disciplinata condotta di degenza sia come struttura architettonica conformata e progressivamente affinata per essere un vero e proprio strumento di cura.
Mortalità per TBC (tutte le forme) in Italia dal 1887 al 1951 (dati proporzionali a 100.000 abitanti). Le fasi di accentuata deflessione si sono verificate nel periodo 1900-1914, in coincidenza con la diffusione della diagnostica radiologica e con la creazione delle prime istituzioni sanatoriali e dei dispensari antitubercolari; nel 1927-1940 grazie all’istituzione dei Consorzi Provinciali Antitubercolari e dell’assicurazione obbligatoria contro la TBC; nel 1945 ed anni seguenti grazie alla diffusione della terapia antibiotica antitubercolare ed all’applicazione della schermografia a livello di massa nella diagnostica precoce.

Con il diffondersi della cura antibiotica l’intero patrimonio di edifici costruiti per garantire ricoveri prolungati a grandi masse di malati divenne progressivamente obsoleto e sottoutilizzato. All’inizio degli anni Settanta il patrimonio sanatoriale dell’INPS fu ceduto al Servizio Sanitario Nazionale e i sanatori vennero destinati nella maggior parte dei casi ad accogliere ospedali autonomi. La destinazione ospedaliera non è sempre stata praticabile nonostante la robustezza delle strutture perché l’inadeguatezza delle finiture ai mutati standard igienico-sanitari ha spesso determinato sostanziali problemi di riutilizzo.

 

a cura dell'arch. Silvia Laterza

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